Nel 2025 la qualità dell’aria nelle città italiane mostra segnali di miglioramento, ma il percorso verso gli obiettivi europei al 2030 appare ancora fragile e insufficiente. È quanto emerge dal rapporto “Mal’Aria di città 2026. Luci e ombre dell’inquinamento atmosferico nelle città italiane” di Legambiente, che analizza i dati di PM10, PM2.5 e biossido di azoto nei capoluoghi di provincia, mettendo in relazione i trend degli ultimi quindici anni con i nuovi limiti normativi europei.

PM10: meno sforamenti, ma il miglioramento è in parte congiunturale

Nel 2025 solo 13 città hanno superato il limite giornaliero di PM10 (50 µg/mc per un massimo di 35 giorni l’anno), uno dei bilanci più positivi degli ultimi anni. Palermo guida la classifica con 89 sforamenti, seguita da Milano (66), Napoli (64) e Ragusa (61). Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano superamenti del limite annuale, confermando una stabilizzazione delle concentrazioni medie .

Secondo Legambiente, questo risultato va però letto anche alla luce di condizioni meteoclimatiche favorevoli – inverno mite e frequenti precipitazioni – più che come effetto di politiche strutturali pienamente efficaci. La riduzione delle emissioni, pur reale, procede troppo lentamente in molte città.

I nuovi limiti europei cambiano lo scenario

La fotografia cambia radicalmente se si applicano i nuovi limiti che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2030. Con il valore medio annuo di PM10 abbassato a 20 µg/mc, il 53% dei capoluoghi italiani risulterebbe già oggi fuori norma. Le situazioni più distanti dall’obiettivo si registrano a Cremona, Lodi, Cagliari, Verona, Torino e Napoli.

Ancora più critica la situazione del PM2.5: il 73% delle città supera il futuro limite di 10 µg/mc, con riduzioni richieste che arrivano al 60% a Monza, al 55% a Cremona e al 50% in città come Milano, Pavia, Padova e Vicenza. Per l’NO2, infine, il 38% dei capoluoghi non rispetterebbe il nuovo valore di 20 µg/mc, soprattutto nelle aree urbane a forte traffico veicolare .

Trend troppo lenti e rischio infrazioni

L’analisi dei dati dal 2011 al 2025 mostra che, mantenendo l’attuale ritmo di riduzione, 33 città rischiano di non raggiungere gli obiettivi al 2030. Tra queste figurano grandi aree urbane e città medie della Pianura Padana e del Centro-Sud. Il quadro è aggravato dalla recente procedura di infrazione avviata nel febbraio 2026 dalla Commissione europea per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla direttiva NEC, che si aggiunge alle tre già aperte negli anni precedenti .

Mobilità, riscaldamento e agricoltura al centro delle politiche urbane

Il rapporto sottolinea come il traffico stradale resti una delle principali fonti di NO2 nelle città, rendendo centrali le politiche di mobilità sostenibile: rafforzamento del trasporto pubblico locale, riduzione della dipendenza dall’auto privata, diffusione delle zone a basse emissioni e delle “Città 30”, sviluppo della mobilità attiva e condivisa.

Accanto alla mobilità, un peso rilevante è attribuito al riscaldamento domestico a biomassa e alle emissioni del comparto agricolo e zootecnico, in particolare nel bacino padano, dove la geografia dell’inquinamento sta cambiando e coinvolge sempre più piccoli e medi centri urbani.

Una sfida strutturale per le città

Per Legambiente, la qualità dell’aria non può più essere gestita come un’emergenza episodica. Servono politiche urbane integrate, risorse stabili e un coordinamento efficace tra Stato, Regioni e Comuni. I miglioramenti registrati nel 2025 rappresentano un segnale incoraggiante, ma senza un cambio di passo su mobilità, energia e uso del suolo rischiano di non essere sufficienti a garantire città più sane e vivibili entro il 2030 .


Fonte: Legambiente, Mal’Aria di città 2026. Luci e ombre dell’inquinamento atmosferico nelle città italiane;