Milano accelera sulla futura M6, la nuova linea metropolitana pensata come una sorta di anello esterno capace di collegare quartieri, linee metro esistenti e nodi ferroviari senza obbligare i passeggeri a passare dal centro. Secondo le ipotesi allo studio di Mm e del Comune, il tracciato potrebbe svilupparsi per 27,8 chilometri con 23 stazioni, toccando aree strategiche come Lampugnano, San Siro, Famagosta, Tibaldi, Porta Vittoria, Loreto, Centrale, Maciachini, Bovisa e Villapizzone.

L’obiettivo è presentare entro il 30 settembre al ministero delle Infrastrutture gli elaborati minimi necessari per chiedere i finanziamenti statali destinati al trasporto rapido di massa. Il primo lotto prioritario ipotizzato vale circa 540 milioni di euro e riguarderebbe 5-6 chilometri di linea più il deposito.

Accanto alla progettazione tecnica partirà anche un percorso partecipativo. Il Comune ha ricevuto 16 candidature per organizzare incontri pubblici, consultazioni e confronti territoriali: saranno selezionati cinque operatori e poi scelto il soggetto incaricato. Il percorso dovrebbe partire a metà settembre, durerà otto mesi e prevede almeno dieci incontri pubblici, con un investimento di circa 135 mila euro.

Per Palazzo Marino la nuova metropolitana non è solo un’infrastruttura di trasporto, ma anche uno strumento di riequilibrio urbano. L’assessora Gaia Romani parla di mobilità come leva di “giustizia urbana”, mentre Arianna Censi sottolinea che le nuove linee modificano anche il tessuto dei quartieri attraversati.

La M6 si inserisce in una fase più ampia di rilancio della rete milanese. Sono già partiti i lavori per il prolungamento della M1 da Bisceglie a Baggio, con 3,3 chilometri e tre nuove stazioni. Resta invece complesso il nodo della M1 verso Monza-Bettola, bloccato da contenziosi e problemi di cantiere. Più avanti appare il prolungamento della M5 verso Monza, grazie allo sblocco di oltre 576 milioni di euro, che dovrebbe consentire di pubblicare il bando entro il 30 giugno senza tagliare le 11 fermate previste.

Fonte: la Repubblica