Il nuovo decreto sugli autovelox prova finalmente a fare ordine in una materia rimasta irrisolta per oltre trent’anni, ma secondo Giordano Biserni, presidente di ASAPS, una semplice sanatoria amministrativa o tecnica non è sufficiente. Il problema non riguarda soltanto la distinzione tra apparecchi “approvati” e “omologati”, al centro di numerosi ricorsi e sentenze, ma il modo stesso in cui in Italia vengono considerati i controlli della velocità.
Con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, circa un misuratore su cinque non potrà più essere utilizzato per elevare sanzioni, perché privo dei requisiti previsti dal decreto o perché non inserito nell’apposito censimento ministeriale. Gli enti proprietari delle strade potranno mantenere in funzione soltanto i dispositivi conformi alle nuove regole, mentre per gli altri sarà necessario procedere alla disattivazione o alla sostituzione.
Il provvedimento cerca così di superare il contenzioso generato dalla mancata omologazione degli apparecchi. Per decenni il Ministero dei Trasporti aveva infatti ritenuto sufficiente la procedura di approvazione, mentre la Corte di Cassazione ha più volte affermato che approvazione e omologazione non possono essere considerate equivalenti. Questa incertezza ha consentito a molti automobilisti, anche quando l’eccesso di velocità era stato effettivamente commesso, di ottenere l’annullamento delle sanzioni.
Biserni sottolinea però che la questione non può essere ridotta alla validità formale delle multe. Gli autovelox sono prima di tutto strumenti di prevenzione, destinati a indurre i conducenti a rispettare i limiti e a ridurre la gravità degli incidenti. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di “fare cassa”, ma di evitare morti e feriti, soprattutto nei tratti stradali nei quali la velocità rappresenta un fattore di rischio documentato.
Secondo il presidente di ASAPS, in Italia si è invece sviluppata un’ostilità verso i controlli elettronici che non trova riscontro negli altri Paesi europei. Gli autovelox vengono spesso presentati come “trappole”, “agguati” o strumenti vessatori, mentre in gran parte d’Europa sono considerati una componente ordinaria e indispensabile delle politiche di sicurezza stradale.
A questa rappresentazione contribuisce anche una parte del dibattito politico, che tende a concentrarsi sulle modalità di installazione degli apparecchi, sulla visibilità delle postazioni e sulla possibilità di contestare le sanzioni, mettendo in secondo piano il comportamento di chi supera i limiti. Il rischio è che l’automobilista venga descritto come vittima del controllo anziché come responsabile di una condotta potenzialmente pericolosa.
ASAPS non nega la necessità di regole chiare. Gli apparecchi devono essere certificati, verificati periodicamente, correttamente segnalati e collocati in luoghi individuati sulla base di criteri trasparenti. Deve inoltre essere impedito qualsiasi utilizzo improprio dei proventi delle sanzioni. Ma garantire la correttezza delle procedure non significa delegittimare il controllo della velocità o limitarlo al punto da renderlo inefficace.
La velocità rimane infatti uno dei principali elementi che determinano la probabilità e soprattutto la gravità di un incidente. Anche quando non costituisce la causa iniziale dello scontro, aumenta lo spazio di frenata, riduce il tempo disponibile per reagire e rende più violento l’impatto. Le conseguenze sono particolarmente gravi per pedoni, ciclisti, motociclisti, bambini e persone anziane.
Per Biserni, la vera scelta di civiltà consiste dunque nel riconoscere che il rispetto dei limiti non è un’imposizione burocratica, ma una responsabilità verso gli altri utenti della strada. Il nuovo decreto può risolvere almeno in parte il problema giuridico degli apparecchi, ma non sarà sufficiente se continuerà a prevalere una cultura che considera il controllo un sopruso e la velocità eccessiva una violazione marginale.
ASAPS chiede quindi che alla regolarizzazione degli autovelox si accompagni una politica nazionale coerente di sicurezza stradale: controlli credibili e continuativi, criteri uniformi per l’installazione, comunicazione istituzionale basata sui rischi reali, trasparenza nell’utilizzo dei proventi e investimenti per rendere le infrastrutture più sicure.
La questione centrale, conclude Biserni, non è scegliere tra automobilisti e autovelox, ma tra un sistema che tollera comportamenti pericolosi e uno Stato che assume come priorità la tutela della vita. Una sanatoria può risolvere le irregolarità del passato; per ridurre davvero le vittime della strada serve invece un cambiamento culturale e politico.
Fonte: ASAPS – Autovelox: la sanatoria non basta. Serve una scelta di civiltà