Il nuovo rapporto di Arpae Emilia-Romagna sulle specie chimiche presenti nel PM2.5 conferma che, nonostante il progressivo calo delle concentrazioni medie di particolato fine, la formazione del particolato secondario continua a rappresentare uno dei principali problemi per la qualità dell’aria urbana.
Lo studio analizza la composizione chimica del PM2.5 in quattro stazioni rappresentative della regione – Bologna, Parma, Rimini e Molinella – monitorando componenti come carbonio organico, nitrati, solfati, ammonio e levoglucosano, quest’ultimo utilizzato come tracciante della combustione di biomassa legnosa.
I dati mostrano che nitrati e ammonio rappresentano una quota molto significativa del particolato fine, soprattutto nei mesi invernali. A Bologna il nitrato costituisce il 25% del PM2.5, mentre a Parma arriva al 26%.
Secondo il rapporto, queste componenti non derivano direttamente da una singola sorgente emissiva, ma si formano in atmosfera attraverso reazioni chimiche che coinvolgono ossidi di azoto, ammoniaca e altri precursori provenienti da traffico, agricoltura, riscaldamento domestico e attività industriali.
Lo studio conferma inoltre il ruolo della combustione della legna nella qualità dell’aria invernale. Il levoglucosano, indicatore specifico della combustione di biomassa, mostra infatti concentrazioni elevate nei mesi freddi in tutte le stazioni monitorate.
Per le politiche urbane emerge quindi la necessità di interventi integrati: riduzione del traffico veicolare, elettrificazione della mobilità, efficientamento energetico degli edifici e progressiva sostituzione degli impianti domestici più inquinanti appaiono strategie indispensabili per incidere realmente sul PM2.5.