Torino resta tra le città italiane più in difficoltà sul fronte della qualità dell’aria. A certificarlo è il nuovo report Mal’Aria di Legambiente, che fotografa un 2025 segnato da lievi miglioramenti rispetto al passato, ma ancora nettamente insufficiente rispetto ai limiti europei più stringenti che entreranno in vigore nel 2030. Nel capoluogo piemontese, le concentrazioni medie di Pm10, Pm2.5 e biossido di azoto superano tutte i valori obiettivo futuri, con riduzioni richieste che arrivano fino al 50%.
La centralina di Torino Rebaudengo, una delle più critiche, ha registrato nel 2025 ben 39 giorni di superamento del limite giornaliero di Pm10 (50 microgrammi per metro cubo), con una media annua di 28 µg. Un dato che colloca il sito all’undicesimo posto tra i più inquinati d’Italia. Per rientrare nei parametri europei, la città dovrebbe ridurre le concentrazioni di circa il 30% in soli quattro anni, arrivando a 20 µg, mentre le stime indicano che nel 2030 Torino potrebbe fermarsi ancora a 23 µg, sopra il limite previsto.
Ancora più preoccupante la situazione del Pm2.5, considerato tra gli inquinanti più nocivi per la salute: la media annua è pari a 20 µg per metro cubo, quasi il doppio rispetto al valore obiettivo di 10 µg fissato per il 2030. Ciò implica una riduzione necessaria del 50%. Sul fronte del biossido di azoto, fortemente legato al traffico veicolare, la media annua è di 33 µg, a fronte di un obiettivo di 20, con una riduzione richiesta del 39%. Numeri che inseriscono Torino tra le città più lontane dai target europei, insieme a Napoli, Milano e Palermo.
Secondo Alice De Marco, presidente di Legambiente Piemonte, «i dati mostrano miglioramenti molto lenti, anche nel bacino padano, ma se guardiamo ai limiti del 2030 la situazione è sostanzialmente disastrosa». Le criticità non riguardano solo il capoluogo: in Piemonte valori elevati di polveri sottili e ossidi di azoto si riscontrano anche nei centri medio-piccoli. A Borgaro Torinese il Pm10 è a 25 µg e il Pm2.5 a 17; a Chieri si sale rispettivamente a 34 e 26 µg; a Domodossola, in area prealpina, il Pm2.5 arriva a 22 µg.
Emblematico il caso di Mondovì, nel Cuneese, lontano dalle dinamiche metropolitane ma comunque oltre i limiti del 2030, con Pm10 a 22 µg e Pm2.5 a 15. Anche nei centri più urbanizzati il traffico resta determinante: a Settimo Torinese la centralina Vivaldi ha registrato 48 giorni di sforamento del Pm10, il dato peggiore della regione. Nemmeno le aree rurali sono immuni: a Cavallermaggiore risultano superati sia i limiti giornalieri sia le medie annuali di Pm10 e Pm2.5.
A livello regionale, solo poche centraline rispettano già i limiti del 2030, soprattutto in aree montane o poco urbanizzate. Le cause sono note: traffico veicolare, riscaldamento domestico inefficiente, patrimonio edilizio poco riqualificato e peso del comparto agrozootecnico. Legambiente chiede politiche integrate e investimenti su trasporto pubblico, sostituzione delle caldaie e mobilità urbana, con un’estensione delle zone a traffico limitato, in particolare a Torino.
Una lettura realistica arriva anche da Arpa Piemonte. Secondo il direttore generale Secondo Barbero, il trend di miglioramento è evidente ma troppo lento: «Con il ritmo attuale è praticamente impossibile rispettare i limiti europei entro il 2030». La nuova normativa, che avvicina i valori ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità, pone una sfida particolarmente complessa per la Pianura Padana, penalizzata da condizioni orografiche e meteorologiche sfavorevoli. La futura linea 2 della metropolitana potrà contribuire a ridurre le emissioni, ma da sola non basterà. Senza interventi strutturali su mobilità, riscaldamento ed energia, Torino rischia di restare ancora a lungo lontana dagli obiettivi europei sulla qualità dell’aria.
Fonte: Corriere della Sera